Riti e collettività
Ritornando sul legame fra riti e città, possiamo puntare verso una dimensione collettiva del rito. Per sottolineare questa dimensione collettiva è necessario, prima di tutto, distinguere il rito dalla fede. Vivere un rito, infatti, non significa aver fede o dimostrare la propria fede. Vi sono alcune correnti di pensiero che richiedono una dimostrazione pubblica della fede e intravedono questa dimostrazione pubblica nel rito. Tuttavia, non intendiamo disquisire sulla portata di fede o meno di certi riti quanto della loro dimensione collettiva, la quale prescinde dal portato di fede che ciascuno vive nella sua coscienza. Intendiamo, infatti, per portato collettivo del rito quella dimensione per cui il rito permette di cogliere, nella sua ripetizione, un certo avvicinamento e riavvicinamento delle persone fra di loro. In un tempo sospeso e fuori dalle scadenze e dai ritmi della quotidianità, il rito permette di cogliere una certa approssimazione fra le persone che insistono in un determinato territorio. Si tratta, in questa circostanza, di trarre fuori la città dalla frenesia della scadenza per permetterle di entrare in un’altra modalità di gestione del tempo collettivo. Il rito è, dunque, possibile in una differente concezione del tempo urbano, in una sospensione della ritmica urbana per far emergere un carattere differente della città e che, comunque, le appartiene e la rende propria ai cittadini, al munus dei cittadini. La dimensione collettiva di un rito emerge in una sospensione del tempo, in una fuoriuscita della città da un tempo prettamente ritmato per entrare in una scansione differente. È lì, in quella eccezionalità del tempo, che possiamo riscoprire quella dimensione collettiva, quell’appartenenza non solo ad un rito ma all’espressione cittadina che il rito porta con sé. Espressione simbolizzata dalle differenti processioni che, nella scansione annuale, caratterizzano le differenti città. Una sospensione temporale che il rito porta con sé emergente anche nei differenti abiti che il rito propone e predispone. Infatti, non c’è un rito se non con abiti differenti da quelli della quotidianità. Un cambio d’abito che appartiene alla messa in opera del rito stesso e che dice quella sospensione temporale. Abiti cristallizzati, ma anche addobbi ai balconi, restrizioni del traffico, suoni e musiche ripetuti ogni anno, com’è l’essenza di ogni rito. Non più solo in grado di propiziarsi gli dèi, come avveniva nelle epoche più antiche della storia, ma per far emergere i legami di una città tirandola fuori da una certa conduzione del tempo, per farla entrare in un’altra concezione spazio-temporale.