Ribaltamenti nella camera oscura

Ribaltamenti nella camera oscura

14 Marzo 2026 0 di Makovec

1Sam 16,1b.4.6-7.10-13; Sal 22; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

Nella fotografia, la camera oscura, è quella parte della macchina che permette l’impressione delle immagini su una superficie, dalle lastre d’argento al rullino, fino ad arrivare ai pixel nel digitale. È il corpo stesso della macchina fotografica, la zona attraverso cui entra la luce grazie alle lenti e l’immagine compare, fino ad imprimersi, regolando la messa a fuoco e i tempi di esposizione. La curiosità, se vogliamo, della camera oscura è che l’immagine giunge ribaltata a causa della rifrazione e diffrazione della luce. In altre parole, dal momento che la luce ha un andamento rettilineo, grazie alle lenti viene deviata fino a produrre un’immagine rimpicciolita e deviata all’interno della macchina fotografica. È lo stesso meccanismo del nostro occhio, in cui l’immagine viene impressa sulla retina in maniera ribaltata, per poi essere raddrizzata e capovolta dal cervello. Questo continuo capovolgimento dell’immagine può essere metafora della Liturgia della Parola di questa domenica, dove i protagonisti sono gli occhi o meglio la vista. È la Domenica in cui facciamo memoria di un particolare evento del nostro cammino battesimale ovvero di quella luce che ci ha aperto gli occhi, di quella nuova luce che ha ribaltato la nostra vita manifestandola nello sguardo di Dio e non più nello sguardo dell’io. Perché essere rinati nel battesimo significa assumere lo sguardo di Dio, ribaltare la prospettiva in modo da essere raddrizzata nello sguardo di Dio. ed oggi il gioco di sguardi è un gioco di spostamento delle prospettive, di ribaltamento continuo fino a mettere a fuoco il Cristo. Un ribaltamento di sguardi che inizia già con l’elezione di Davide come nuovo re di Israele. La scelta di Saul, dell’uomo forte, dell’uomo attrezzato e capace, è stata una scelta che si è rivelata infruttuosa a lungo andare. L’uomo forte, il prode e valoroso, questa volta, viene scartato dal Signore. Samuele, invece, quasi si precipita a consacrare Eliàb, l’uomo forte, il primogenito. Si precipita quasi a volerlo consacrare a capo. Ma Dio dice che non lo ha scelto, anzi lo ha proprio messo da parte, in vista di un ultimo fratello, che era a pascolare, quasi dimenticato da tutti gli altri. Un piccolo Davide, fulvo, con begli occhi e bello di aspetto. Il ribaltamento dello sguardo è in una affermazione del Signore. Il Signore replicò a Samuèle: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore». Ribaltamento dell’immagine anche del consacrato di Dio. Ribaltamento che ha bisogno di affrontare anche Samuele, fisso con il suo sguardo su una determinata figura di leader. Ma è anche il ribaltamento dell’immagine che Paolo descrive alla comunità di Corinto. Un rimanere nella luce perché tutto ciò che appartiene alle tenebre venga rifiutato. Tutti quei mezzucci o mediocrità per cui fino a quando nessuno lo sa o nessuno vede nulla va tutto bene. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Anche quando ci accusano di essere dei fessi nel denunciare, nel parlare, nel dire che ci sono cose ingiuste. Anche quando veniamo etichettati come incapaci se non approfittiamo delle situazioni, nell’aggirare le leggi. Ma questo è il ribaltamento che non si accontenta di una mediocrità, di scampoli o sotterfugi per far prevalere il proprio potere, o per accaparrarsi qualche primo posto. Questo è il ribaltamento di chi vive e desiderare vivere nella luce, in quella luce che è il Cristo. In quella luce che, oggi, vede un cammino rinnovato in questo sconosciuto che è il cieco nato. Un uomo che sembra essere condannato anche se non ha fatto nulla: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Un uomo che riacquista la vista, la cui vista viene, in qualche maniera, ricreata dal fango della creazione. Una vista che, tuttavia, diviene motivo di dibattito in un continuo ribaltamento delle immagini. Prima è lui a non venire riconosciuto, poi sono i Giudei a non riconoscere le sue parole, poi sono i genitori che lo riconoscono ma dicono di chiedere a lui, poi viene interrogato nuovamente e nuovamente gli chiedono chi abbia aperto a lui gli occhi. Il cieco non sa chi sia Gesù, non lo riconosce, ma sa che non è un peccatore, sa che è una persona che viene da Dio. I Giudei non credono a tutto questo, fino a cacciarlo fuori. In quel momento, quando viene lasciato solo, ecco che Gesù si ripresenta nuovamente, messo a fuoco da tutto il cammino che il cieco ha fatto, interrogandosi, domandandosi, chiedendo, acquisendo di volta in volta una consapevolezza sempre più chiara, fino ad essere dinanzi al Cristo. In quel momento, nella messa a fuoco del Cristo, ecco che il cieco non solo acquista la vista, ma giunge ad una vista nuova, al credere che quel Gesù è il Cristo. E l’immagine ribaltata di un Gesù etichettato come peccatore e creduto come Cristo è il fine di tutto questo cammino di domande e dubbi del cieco. Fino a quando Gesù stesso non rimarca questo ribaltamento dell’immagine. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Contro ogni presunzione di chi pensa di vedere, contro ogni cecità colpevole, verso uno sguardo che, ribaltato, si apre sul mondo, fino a cogliere il punto di vista di Dio, abitando nella casa del Signore tutti i giorni della vita.