Parrocchie e centri sociali
Riprendendo la questione delle parrocchie e dei centri sociali, la profonda relazione che bisogna instaurare fra pastorale e sociale, fra annuncio del Vangelo e promozione umana, fra strutture locali e territorio, la domanda che ci poniamo è quale peso dare alla dimensione confessionale. È una domanda che nasce, praticamente, quando è nato il primo campetto di calcio parrocchiale della storia. Qual è la relazione fra il calcio e la messa? Oltre alla deriva religiosa del calcio e alla deriva calcistica della religione, solitamente la pastorale si muove in una direzione già abbastanza battuta. Si costruiscono campetti per attirare i giovani e per avere una facile entrata economica, poi, una volta attirati i giovani, ecco che ci si propone con una messa, fino ad obbligarsi alla celebrazione domenicale pur di giocare a pallone. Enrico di Navarra, alla fine del 1500, pur di farsi incoronare re di Francia, si convertì dal protestantesimo al cattolicesimo con la celebre affermazione: “Parigi val bene una messa”. Una frase che, mutatis mutandis, si applica bene anche ad una certa pastorale che vede attirare i bambini nelle strutture parrocchiali, per poi obbligarli alla messa. Per cui anche una partita di calcio val bene una messa. Una pastorale che via via si va sgretolando in favore di strutture che, per necessità, hanno bisogno più di sostenersi economicamente che servire per un annuncio pastorale. Un passaggio importante che, tuttavia, potrebbe essere posto in essere è riconsiderare la dimensione pastorale come campo di attività sociali a favore dei territori. Non una pastorale che porti dentro le chiese, con esche più o meno valide, ma una pastorale che sappia interpretare gli interrogativi più profondi delle persone, dalla mancanza di lavoro alle guerre, dalla crisi ambientale agli stili di vita. Altrimenti il rischio è quello di snaturare le strutture, snaturando così l’annuncio del Vangelo. Per questo, diviene importante riconsiderare le strutture che abbiamo come spazi ibridi, indirizzati verso una prospettiva etica, verso un dialogo con il mondo della cultura, con la politica e con la società civile, creando luoghi comunitari fra credenti e non credenti, fra credenti e diversamente credenti. Aprire le strutture per un dialogo con gli altri enti, dalle scuole alle associazioni, dalle amministrazioni ai partiti politici, diventando ciò che ogni autoritarismo teme: uno spazio di dialogo, di dissenso, di critica, ma soprattutto di comunità.
Perfettamente d’accordo. Ma in molte realtà è già così. Lo spazio della chiesa, l’oratorio, il teatrino, sono luoghi urbani in cui si fanno assemblee, incontri a tema, si discute dei problemi cittadini ma anche di temi sociali ecc. ecc. La chiesa è sempre stata aperta. Dopo, come in tutte le realtà, dipende dalla persona che gestisce e dalla gerarchia superiore. Su questo punto la Chiesa non è mai stata trasparente ma Invidiata dalla politica dei partiti. Però la Chiesa si autogoverna da 2000 anni. Il Vaticano è uno Stato ricchissimo ma senza esercito. Il Papa è l’unico capo di Stato che in qualsiasi parte del mondo si reca viene accolto da una folla immensa.
Va benissimo qualsiasi occasione che apra le parrocchie al quartiere e avvicini il quartiere alle parrocchie.
Le parrocchie, nelle nostre periferie prive di spazi pubblici di aggregazione e relazione, coprono il foro delle carenze urbanistiche.
I luoghi di incontro sono i bar, i supermercati, i centri scommesse e ,grazie al cielo, le parrocchie e i loro marciapiedi frontestanti quando c’è il catechismo.
Una messa val bene un’occasione di dialogo e relazione.
La Chiesa deve tornare ad essere madre per questa umanità smarrita. Una madre insegna l’Ave Maria al proprio figlio prima ancora che questi abbia consapevolezza del senso di quelle parole e dell’atto di pregare, ma intanto ha lasciato un seme, un’esperienza di fede. Per un bambino il campetto è la Chiesa, il gioco è la preghiera. A giocando si farà uomo e da solo scoprirà la sua fede.