Parrocchie e centri sociali

Parrocchie e centri sociali

25 Gennaio 2026 3 di Makovec

Riprendendo la questione delle parrocchie e dei centri sociali, la profonda relazione che bisogna instaurare fra pastorale e sociale, fra annuncio del Vangelo e promozione umana, fra strutture locali e territorio, la domanda che ci poniamo è quale peso dare alla dimensione confessionale. È una domanda che nasce, praticamente, quando è nato il primo campetto di calcio parrocchiale della storia. Qual è la relazione fra il calcio e la messa? Oltre alla deriva religiosa del calcio e alla deriva calcistica della religione, solitamente la pastorale si muove in una direzione già abbastanza battuta. Si costruiscono campetti per attirare i giovani e per avere una facile entrata economica, poi, una volta attirati i giovani, ecco che ci si propone con una messa, fino ad obbligarsi alla celebrazione domenicale pur di giocare a pallone. Enrico di Navarra, alla fine del 1500, pur di farsi incoronare re di Francia, si convertì dal protestantesimo al cattolicesimo con la celebre affermazione: “Parigi val bene una messa”. Una frase che, mutatis mutandis, si applica bene anche ad una certa pastorale che vede attirare i bambini nelle strutture parrocchiali, per poi obbligarli alla messa. Per cui anche una partita di calcio val bene una messa. Una pastorale che via via si va sgretolando in favore di strutture che, per necessità, hanno bisogno più di sostenersi economicamente che servire per un annuncio pastorale. Un passaggio importante che, tuttavia, potrebbe essere posto in essere è riconsiderare la dimensione pastorale come campo di attività sociali a favore dei territori. Non una pastorale che porti dentro le chiese, con esche più o meno valide, ma una pastorale che sappia interpretare gli interrogativi più profondi delle persone, dalla mancanza di lavoro alle guerre, dalla crisi ambientale agli stili di vita. Altrimenti il rischio è quello di snaturare le strutture, snaturando così l’annuncio del Vangelo. Per questo, diviene importante riconsiderare le strutture che abbiamo come spazi ibridi, indirizzati verso una prospettiva etica, verso un dialogo con il mondo della cultura, con la politica e con la società civile, creando luoghi comunitari fra credenti e non credenti, fra credenti e diversamente credenti. Aprire le strutture per un dialogo con gli altri enti, dalle scuole alle associazioni, dalle amministrazioni ai partiti politici, diventando ciò che ogni autoritarismo teme: uno spazio di dialogo, di dissenso, di critica, ma soprattutto di comunità.