Operare la giustizia
Sof 2,3; 3,12-13; Sal 145; 1Cor 1,26-31; Mt 5,1-12a
C’è un argomento spinoso in questi giorni e di cui, purtroppo, molti hanno paura a parlarne. Si tratta del referendum sulla giustizia sulla separazione delle carriere per cui siamo chiamati ad andare a votare nei prossimi mesi. Un referendum complesso in cui, come cittadini, siamo chiamati ad informarci su cosa significhi e sulle sue implicazioni. Un referendum che, come tutti i referendum, ha conseguenze politiche e divisive. Ma ciò che ci interessa, oggi, non è il referendum in sé, ma l’importanza di parlare della giustizia, questione importante per il nostro vivere insieme. Così importante che, oggi, il Signore si rivela come operatore di giustizia e ci chiede di essere operatore di giustizia. Se il referendum riguarda la separazione delle carriere per i giudici, ciò che ci interessa oggi non è il referendum in sé, quanto l’attenzione che ci occorre porre sulla giustizia. In modo particolare una giustizia che ha a che vedere con i poveri, con gli oppressi, con gli sfruttati della terra. La giustizia non è solo applicazione della Legge, oppure una sorta di legalismo cieco per cui ogni legge è giusta. Una legge può essere cambiata e questo significa operare la giustizia. Non solo praticare la giustizia, ciò vivere da persone giuste, ma operare la giustizia ovvero contribuire affinché la società e la politica possano essere tali per tutte le persone. Questo significa non solo operare la giustizia in contesti laici, ma vivere nella fede. Operare la giustizia significa vivere la fede nel Signore che opera la giustizia, nel Signore che è giustizia per i poveri, gli oppressi, per le vedove, gli orfani, gli stranieri e così via. Non è una giustizia sommaria, dove si prende un’arma e si ammazzano persone, ma una giustizia che opera come il Signore nel salmo. Il Signore rimane fedele per sempre rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati. Il Signore libera i prigionieri. Il Signore ridona la vista ai ciechi, il Signore rialza chi è caduto, il Signore ama i giusti, il Signore protegge i forestieri. Egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie dei malvagi. Un Dio che non si fa giustizia da sé, ma che ci ricorda che siamo noi operatori di giustizia. Di quella giustizia che continua l’opera di Dio, quell’opera che ci accompagna dalla creazione fino ai nostri giorni. Perché operare la giustizia significa rendere visibile una realtà che spesso riteniamo invisibile, dinanzi a cui vorremmo voltarci dall’altra parte, per non riconoscere che anche l’oppresso, lo sfruttato, lo scartato, l’immigrato, sono persone come noi. Quelle persone con cui siamo popolo di Dio, in autenticità come ricorda Sofonia. I poveri della terra sono nostri, sono persone che appartengono alla nostra stessa specie, sono persone sia che si trovino a Gaza, sia negli Stati Uniti o nel grande continente Africano. Cercare la giustizia significa riconoscerci persone, fratelli e sorelle tutti. Ecco perché Paolo ci incalza, oggi, affermando che non ci sono molti sapienti, non ci sono curricula da mostrare dinanzi a Dio, ma una consapevolezza di essere in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore. Così, essere di Cristo Gesù, vantarsi di Cristo Gesù significa vivere nella sua sapienza e nella sua giustizia, senza dimenticarci delle altre persone, senza distogliere lo sguardo da coloro che, secondo il potere di turno, non vediamo più neanche come persone ma come animali umani o altre categorie per delegittimare il loro diritto a vivere. Ed è questa la strada delle beatitudini, il manifesto dell’essere cristiani che Gesù ha tracciato per noi. Innanzitutto una chiamata alla beatitudine, una chiamata alla bellezza, allo splendore di una dignità che Dio ha preparato per noi. La beatitudine è un vivere all’altezza di Dio, a quell’altezza a cui Cristo Gesù ci eleva. E vivere nella beatitudine significa operare delle scelte che hanno anche delle conseguenze e delle ripercussioni, purtroppo non sempre felici. Ma l’importante non è la gratificazione di oggi, ma l’essere spinti da un desiderio eterno che ci rende umani, che ci fa vedere nell’altro una persona e non una categoria di cui poter decidere se vivere o meno. Una beatitudine che ci spinge ad operare, giorno dopo giorno, la giustizia per causa del Signore.