Nome e Porta
At 2,14.36-41; Sal 22; 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10
Agli inizi del Novecento, in Russia, c’è stata una profonda disputa teologica riguardante il nome di Dio. Tutto ha inizio con la pubblicazione di un libro Sulle montagne del Caucaso, del monaco Ilarion. Nell’opera si afferma che invocare il nome di Dio significa entrare in diretto contatto con l’essenza stessa di Dio. Affermazione che genera non pochi problemi perché questo significherebbe poter imbrigliare l’essenza di Dio, farne un amuleto magico o una formula superstiziosa. Per cui, in Russia, sorge un dibattito molto acceso se il nome di Dio fosse l’essenza stessa di Dio o la sua energia, la sua relazione con noi. La controversia si spense nel 1913 con l’intervento delle autorità ecclesiastiche le quali affermarono che il nome di Dio non ne evoca l’essenza ma è un modo di entrare in relazione con lui, di intessere una alleanza nel Cristo Gesù. Per questo motivo, il nome di Dio è un simbolo, ovvero una realtà che esprime una relazione fra me e Dio ma non mi permette di catturarne l’essenza. Una disputa che ci permette di mettere in luce anche la liturgia della Parola di oggi e, soprattutto, che cosa significhi vivere nel nome di Dio. Espressione ancora oggi pericolosa, in quanto molti potenti la utilizzano credendo di poter imbrigliare la volontà di Dio sotto la loro stessa volontà. Il nome di Dio, dice la relazione che, giorno dopo giorno, costruiamo con lui e fra di noi. E questa è la fede di Pietro, il suo annuncio della resurrezione. Infatti, afferma che “Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso”. Non un altro ma proprio quel Gesù, nel cui nome saranno battezzati. E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». Una profonda relazione fra la promessa di Dio e il nome di Cristo, di quel Gesù che è stato crocifisso ed è risorto. Ed è in questo nome che camminiamo, come cristiani e discepoli, come ci ha ricordato il Salmo: Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Un cammino giusto che non è un cammino singolo o una via obbligata, ma un cammino nutrito dall’abbondanza di Dio e dalla nostra bontà e fedeltà. Quel cammino che, come ricorda Pietro, ha intriso e contaminato anche Gesù stesso, il quale ci ha messo il nome nella sua passione, morte e resurrezione, per noi. Infatti, quando Pietro afferma che a questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme. Perché il nome di Gesù significa anche camminare con lui, significa anche fare del cammino di fede un ingresso nel suo mistero, una relazione con lui e con le altre persone. in questo consiste il nome di Gesù, il Bel Pastore. Non solo il buon pastore, ma il Bel Pastore, ovvero il Pastore che attrae per la bellezza e che incide il suo nome su di noi. Nome che rivela chi è Gesù per noi e come ci accompagna. Un Pastore che chiama le pecore e le pecore ascoltano la sua voce. Un pastore che si fa carico delle pecore e non le lascia in preda a mercenari che devastano il gregge. Un pastore che fa del gregge non una mandria indistinta e informe ma che chiama ciascuna per nome e nel suo nome entriamo nella Porta che è Cristo stesso. Così, il nome di Gesù diviene porta per entrare nella salvezza, porta che non dice solo espressione di un termine, ma relazione con Dio e fra di noi. Nome/Porta che dice relazione/alleanza, perché: Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.