Mettere dimora
Sir 24,1-4.12-16; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18
Nella baraccopoli di Borgo Mezzanone, oggi, vivono dalle 3mila alle 5mila persone. Si tratta della baraccopoli più grande d’Europa che oggi, secondo un’indagine de Il Post, sta cambiando volto. Infatti, dall’estate dello scorso anno, i migranti presenti in questo luogo hanno iniziato a costruire case in muratura. Quella che per anni abbiamo definito come la baraccopoli di Borgo Mezzanone, in realtà è molto più strutturata di quanto sembra. Infatti, se il termine baraccopoli ci dà di una sistemazione provvisoria, con tetti a pareti in lamine di ferro, ad una breve visita ci si può accorgere che la realtà è tutt’altro che confusionaria e caotica. La baraccopoli di Borgo Mezzanone ha una sua organizzazione interna molto chiara e determinata, suddivisa in etnie, in negozi di alimentari, camere in affitto, pulmini per portare i migranti nei campi, ricerca di un lavoro regolare, grazie a tante associazioni che lavorano sul territorio e alla presenza costante della Caritas. Ebbene, da pochi mesi, in questa baraccopoli creata lungo una pista per aerei militari abbandonata, si iniziano a costruire le prime case in muratura. Qualcuno sta prendendo dimora in mezzo a noi, sta venendo ad abitare in mezzo a noi. E questo crea scompiglio, crea difficoltà, rottura degli equilibri, destabilizzazione di tutto ciò che davamo per scontato o normale o, addirittura, fa emergere delle questioni che non volevamo vedere, come il caporalato. Insomma, prendere dimora, venire ad abitare in mezzo a noi, non è una cosa facile e facilmente crea scompiglio. Ma se questo è vero a livello famigliare, sociologico, culturale, ancora di più a livello teologico ovvero quando Dio viene ad abitare in mezzo a noi. Non è qualcosa che accogliamo con facilità, forse non riusciamo neanche ad accorgercene, come lo è stato per la nascita di Gesù. Nessuno si è accorto della sua nascita tranne coloro i quali hanno ricevuto un messaggio come i pastori o chi è attento a scrutare il cielo come i Magi. Nessun altro si sarebbe accorto della nascita di Gesù e quando se ne è accorto Erode, ecco che ha agito con violenza, come ogni potere quando si sente minacciato. Per questo motivo, oggi, ci poniamo una domanda importante: che cosa ne facciamo di un Dio che viene ad abitare in mezzo a noi? Quel Dio che è sapienza, che in mezzo all’assemblea fa il proprio elogio, come ricorda il Siracide. Quella sapienza che apre la bocca e che viene lodata da tutti non per vanagloria ma perché pone radici in mezzo a noi. Quale Sapienza cerchiamo? Di quale Sapienza parliamo? Dove la vediamo oggi? Una Sapienza che allarga le radici, che pone tenda, che ha bisogno di uno spazio non ingombro di tante cose inutili che spesso accumuliamo nella vita. Ma si tratta di una Sapienza delicata, di una Sapienza che non stravolge ma trasforma il modo di abitare, il modo di guardare il mondo, che annuncia la sua Parola come abbiamo pregato nel Salmo. Quella Sapienza che ci chiama a scorgere in chi pone la dimora in mezzo a noi non un potenziale criminale o un terrorista, ma un fratello e una sorella, una persona in cerca di speranza e di una speranza all’altezza di Dio. In questa ricerca comune di speranza, in questo provare a guardare il mondo con occhi diversi, dal punto di vista di Dio, allora ci riconosciamo come persone chiamate fin dall’origine del mondo, radicati in una Sapienza che è il Cristo stesso, che è il Verbo fatto carne e che ha posto la sua dimora in mezzo a noi. Una Sapienza che scardina la routine, l’assopimento della coscienza dinanzi alla realtà, che sveglia e desta la nostra attenzione. Una Sapienza che nell’accoglienza della carne e nella carne ci permette di scorgere l’eternità della nostra vita, in tutta la sua precarietà. Quella stessa eternità che è nostra luce e che le tenebre dell’ignoranza, della diffidenza, della solitudine non potranno vincere. Perché come abbiamo risposto nel Salmo: Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi.