Magnifica humanitas nella Trinità
Es 34,4b-6.8-9; Dn 3,52-56; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18
Nella Magnifica humanitas, papa Leone afferma: Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore. Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa. Un appello accorato e urgente a rimanere umani, come Leone XIII affermava 135 anni fa nella Rerum Novarum. Nel tempo della tecnica, dell’uso dei data e dei metadata, dalla profilazione con gli algoritmi, il bene da salvaguardare è la nostra stessa umanità, il senso profondo del nostro essere umani. Ed oggi vogliamo ricordare questo nostro rimanere umani, perché la nostra magnifica umanità è tale perché radicata nella Trinità. Il senso più profondo del nostro essere umani, per noi credenti, è nella relazione e comunione trinitaria. Per questo motivo, oggi, non stiamo ricordando solo un dogma, ma stiamo annunciando la nostra stessa umanità, quella che Dio ha tanto amato fino a mandare il suo Figlio Gesù. Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Il Dio in cui crediamo non è il dio della condanna, della guerra, della vendetta, ma il Dio che si è mosso, che ha rischiato con noi, che si è sporto, che ci ha inseriti in sé, nella relazione che il Padre ha con il Figlio attraverso lo Spirito. Questa relazione trinitaria che Paolo annuncia salutando la comunità cristiana, riflesso della Trinità. La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi. Un saluto che dice il nostro essere riflesso della Trinità, il nostro essere unici nella diversità, il nostro camminare insieme non per patti, convenzioni o utilità o simpatie, ma perché tendiamo tutti verso Dio, verso quel Dio che ci viene incontro. Quel Dio che passa come è passato nella vita di Mosè, come è passato nella vita di ciascuno di noi, rivelando, almeno per una volta, il suo volto. Anche se siamo persone dalla testa dura, anche se facciamo difficoltà, anche se ci sembra di non crederci fino in fondo, anche se abbiamo tanti e tanti difetti, Dio continua a passare in mezzo a noi. «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervíce, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità». Così afferma Mosè dinanzi a Dio, a quel Dio che passa e accompagna il popolo ora e sempre. Quel Dio Uno e Trino che guarda ancora la dignità della nostra umanità, soprattutto quella delle pietre di scarto, come ricorda ancora papa Leone. Le pietre scartate – i poveri, i malati, i migranti, i piccoli – diventeranno testata d’angolo, e sulla terra sorgerà una dimora comune solida e ospitale, dove l’amore e la verità finalmente s’incontreranno, la giustizia e la pace si baceranno (cfr Sal 85,11). Questa è la benedizione che imploriamo da Dio e il compito che ci attende: essere costruttori di comunione, non architetti di Babele; servi del Regno che viene, non padroni di torri destinate a crollare. E, con animo di pastore e di padre, chiedo a tutti di fermare il cantiere dell’ennesima Babele e di unire le forze per edificare nel bene, affinché l’umanità non perda mai la propria bellezza e il mondo possa riconoscere ancora una volta, nel cuore dell’essere umano, il luogo dove Dio desidera abitare.