Le città di pianura, una introduzione
Le città di pianura, di Francesco Sossai, ha registrato un successo inaspettato. Un film d’autore, prodotto da Lucky Red in cui emerge un sostrato ancora poco esplorato di una regione come il Veneto. La storia racconta di due amici scanzonati, Carlobianchi e Doriano, pregni e preda di quell’alcolismo veneto così tanto rinomato altrove. Due amici che cercano l’ultimo bicchiere della serata e per questo arrivano fino a Venezia dove incontrano Giulio, un giovane studente di architettura, timido e impacciato. Di qui inizia la storia di un viaggio vorticoso attraverso le piccole città della pianura veneta, con paesaggi piani interrotti solo da quattro casette ogni tanto che scorrono lungo la strada. Oppure da quelle strade vorticose, inseguite dai fanali dell’automobile lanciata a velocità doppia nel film, per cui sembra di essere sulle montagne russe. Un vortice di monotonia e ubriacatura, un circolo che diviene circuito automobilistico fra la città simbolo del turismo veneto, Venezia, e la desolazione delle piccole e medie imprese dell’entro terra. Così, il film inizia a raccontare la storia non solo di due amici che, come il Gatto e la Volpe, accompagnano un giovane Pinocchio verso la ricerca di una umanità incontrata nell’amore verso una ragazza, ma anche la storia di una umanità disperata, alla ricerca di espedienti per sopravvivere. Una umanità non disperata ma rassegnata a percorrere strade che non portano da nessuna parte. Un film che non racconta solo la storia di un giovane ma anche la storia di una intera regione fuori dai circuiti turistici, dai cliché e dalle solite narrazioni. Un film che potremmo paragonare a Vieni a ballare in Puglia di Caparezza in cui non si racconta una visione amena e trasognante di una regione ad alta vocazione turistica, che sia la Puglia o il Veneto, ma l’amarezza della crisi economica, dei licenziamenti, degli esodati, scomparsi dalle pagine di cronaca e dal mercato del lavoro. Un viaggio nella memoria di grandi imprenditori che arrivavano in elicottero come dei ex machina davanti ai loro dipendenti per regalare orologi d’oro alla pensione, ma anche di una nobiltà decaduta che cerca di difendere quel poco di patrimonio che le è rimasto dalle grandi autostrade e dai tunnel per l’alta velocità. Un film complesso in cui immergersi, dove l’arte del cinema riesce a raccontare con amarezza il segreto della vita inascoltabile, ma anche dove l’architettura e l’arte pittorica sembrano spingere verso una resurrezione possibile.
Film molto bello. Ti prende. La storia del Veneto tra casette con alluminio anodizzato e siti UNESCO più belli del mondo. La storia dei veneti tra lavoro e schei irraggiungibili. Tra bevute allegre e bevute tristi. Tra casette singole e autostrade dappertutto anche sopra le ville palladiane, altro sito UNESCO, Tra bar-osterie e architettura internazionale conosciuta solo dai giapponesi e dallo Studente venuto da Napoli “però è un bravo ragazzo”. Struggente anche la colonna sonora semidemenziale di Krano.
Non ho visto il film ma uno dei siti in cui e’ ambientato e’ il cimitero Brioni a san Vito d’Altivole, il capolavoro assoluto dell’architettura italiana del secolo scorso.