La tomba e la rinascita delle città

La tomba e la rinascita delle città

21 Dicembre 2025 3 di Makovec

Come dicevamo, la Tomba Brion ne Le città di pianura non è il finale del film ma una mèta. Non è il finale perché il film non si chiude con la visita alla tomba, ma è la sola mèta del film, il solo cartello che i tre protagonisti scelgono di assecondare nel loro viaggio in auto. Chi indica la mèta è il giovane studente di architettura, Giulio, che chiede a Doriano e Carlobianchi di visitare la tomba. Non è lo studente perfetto, ma uno studente ingenuo e inetto, che non riesce a conquistare la sua amata ma che sogna di poter visitare con lei la tomba, invito non molto strano fra gli architetti. Giulio non è più l’intellettuale che cerca di seguire le masse, come il corvo che insegue i due uomini per le strade di periferia in Uccellacci e uccellini di Pasolini. Non c’è più un intellettuale impegnato che segue le masse perché le masse non si muovono più, ferme nel loro continuo muoversi in un universo inerme fatto di città di pianura, anonime e identiche fra di loro. Giulio non è l’intellettuale che segue le masse o le direziona, ma colui che guarda al territorio con uno sguardo consapevole, che permette a Doriano e Carlobianchi di visitare i propri luoghi, la propria memoria, le pagine della loro stessa storia e arte. E i due rimangono spiazzati nel vedere la Tomba Brion, tanto che Doriano cercherà persino di scorgere qualcosa oltre il parapetto, scena che costituisce la copertina del film stesso. La visita alla tomba, allora, diviene riappropriazione di un luogo, interpretazione della propria tomba nella quale Doriano e Carlobianchi finiscono prima ancora di essere morti fisicamente. Una vita sospesa, con un piede nella fossa e l’altro nella ricerca di un segreto della vita, dimenticato nei fumi dell’alcol. La Tomba Brion è un luogo simbolo di una riscoperta dei territori, di una ermeneutica dei contesti, di una rilettura anche della propria esistenza e, forse, anche di un nuovo abitare i luoghi. Forse non abbiamo più bisogno di intellettuali che inseguano le masse (anche perché già nel film di Pasolini fanno una brutta fine!). Sicuramente non abbiamo bisogno di influencer che ci dicano cosa consumare, quali scelte fare, quali percorsi prendere, quali integratori usare o addirittura come vestirci per andare a messa. Come non abbiamo bisogno di guru e santoni da cui dipendere e a cui delegare la nostra responsabilità. Abbiamo bisogno di studenti, di pensatori, anche ingenui e timidi, che sappiano farci ritessere le relazioni con i luoghi, ci aprano lo sguardo e facciano respirare a pieni polmoni la bellezza. Abbiamo bisogno di una tomba da cui risorgere, di una tomba da visitare con uno sguardo rinnovato, con un pensiero che sappia cogliere nella paura del morire il desiderio dell’eternità, il desiderio di una maturità nuova. Per questo motivo, la Tomba Brion diventa è mèta ma non finale, destinazione ma anche scelta, danza fra morte e vita, intreccio di resurrezione per noi e per le città.