La tomba e la rinascita delle città
Come dicevamo, la Tomba Brion ne Le città di pianura non è il finale del film ma una mèta. Non è il finale perché il film non si chiude con la visita alla tomba, ma è la sola mèta del film, il solo cartello che i tre protagonisti scelgono di assecondare nel loro viaggio in auto. Chi indica la mèta è il giovane studente di architettura, Giulio, che chiede a Doriano e Carlobianchi di visitare la tomba. Non è lo studente perfetto, ma uno studente ingenuo e inetto, che non riesce a conquistare la sua amata ma che sogna di poter visitare con lei la tomba, invito non molto strano fra gli architetti. Giulio non è più l’intellettuale che cerca di seguire le masse, come il corvo che insegue i due uomini per le strade di periferia in Uccellacci e uccellini di Pasolini. Non c’è più un intellettuale impegnato che segue le masse perché le masse non si muovono più, ferme nel loro continuo muoversi in un universo inerme fatto di città di pianura, anonime e identiche fra di loro. Giulio non è l’intellettuale che segue le masse o le direziona, ma colui che guarda al territorio con uno sguardo consapevole, che permette a Doriano e Carlobianchi di visitare i propri luoghi, la propria memoria, le pagine della loro stessa storia e arte. E i due rimangono spiazzati nel vedere la Tomba Brion, tanto che Doriano cercherà persino di scorgere qualcosa oltre il parapetto, scena che costituisce la copertina del film stesso. La visita alla tomba, allora, diviene riappropriazione di un luogo, interpretazione della propria tomba nella quale Doriano e Carlobianchi finiscono prima ancora di essere morti fisicamente. Una vita sospesa, con un piede nella fossa e l’altro nella ricerca di un segreto della vita, dimenticato nei fumi dell’alcol. La Tomba Brion è un luogo simbolo di una riscoperta dei territori, di una ermeneutica dei contesti, di una rilettura anche della propria esistenza e, forse, anche di un nuovo abitare i luoghi. Forse non abbiamo più bisogno di intellettuali che inseguano le masse (anche perché già nel film di Pasolini fanno una brutta fine!). Sicuramente non abbiamo bisogno di influencer che ci dicano cosa consumare, quali scelte fare, quali percorsi prendere, quali integratori usare o addirittura come vestirci per andare a messa. Come non abbiamo bisogno di guru e santoni da cui dipendere e a cui delegare la nostra responsabilità. Abbiamo bisogno di studenti, di pensatori, anche ingenui e timidi, che sappiano farci ritessere le relazioni con i luoghi, ci aprano lo sguardo e facciano respirare a pieni polmoni la bellezza. Abbiamo bisogno di una tomba da cui risorgere, di una tomba da visitare con uno sguardo rinnovato, con un pensiero che sappia cogliere nella paura del morire il desiderio dell’eternità, il desiderio di una maturità nuova. Per questo motivo, la Tomba Brion diventa è mèta ma non finale, destinazione ma anche scelta, danza fra morte e vita, intreccio di resurrezione per noi e per le città.
Gli intellettuali servono, nonna muovere le masse, certo, ma ad essere coscienza critica e lievito in comunità che sanno dialogare, comunicare, condividere progetti, collaborare alla loro realizzazione. Le tombe della città sono l’assenza di queste relazioni e lo smarrimento che viviamo nel non saperle o volerle costruire.
Non ho visto il film. Posso solo affermare che abbiamo bisogno di intellettuali attenti alle dinamiche sociali e in grado di dialogare con le masse. Masse composte da singoli individui che hanno bisogno di aiuto per crescere culturalmente. Ad esempio una rappresentazione teatrale che riesca a coniugare arte e linguaggio accessibile sarebbe efficace per fare crescere gli spettatori. Una comunicazione chiara e comprensibile otterrebbe migliori risultati rispetto a mille trattati eruditi.. . Gli intellettuali devono scendere dalla torre d’Avorio e immergersi tra le masse,farne parte,comprenderle per poi coinvolgerle nella crescita. Prima che sia troppo tardi e le masse vengano pilotate dagli oligarchi dell’ intelligenza artificiale
Mi permetto di suggerire anche un’inversione della prospettiva che vede Doriano e Carlobianchi nel ruolo di guide (da non trascurare anche la meta contrappunto: il ristorante), capaci di ricomporre in Giulio il ruolo della sua scienza, dapprima mediatrice impropria di un sentimento che evidentemente non riesce a trasmettere – che non conquista la sua amata – poi finalmente strumento interpretativo che gli permette di guadagnare la sintonia necessaria alla Vita, in congiunzione leggera con quei due improbabili Virgilio, splendide guide anche per i nostri sguardi di spettatori avvinti.