La tomba Brion, mèta di una partenza
Il solo protagonista che, ne Le città di pianura, sembra avere una mèta è Giulio. Più che una mèta si tratta di un desiderio, desiderio che vorrebbe realizzare con una ragazza di cui è innamorato e che si laurea in architettura. Il desiderio è visitare il Memoriale Brion o Tomba Brion situato a San Vito frazione di Altivole in Provincia di Treviso. Il suo desiderio è andare a visitare questa tomba con la ragazza di cui si è innamorato. Seppur possa sembrare una visita macabra o un luogo poco consono per un appuntamento romantico, l’esperienza diretta di amici e parenti architetti non fa risuonare questa richiesta così strana. Ci sono architetti che portano le loro fidanzate o architette che costringono i loro fidanzati anche a visitare monumenti funebri o cimiteri, alcuni anche di un certo stile e spessore architettonico ed esistenziale come è la Tomba Brion, opera di Carlo Scarpa. Tuttavia, se la richiesta di Giulio non è, in realtà, tanto inusitata fra gli architetti, ciò che stupisce è la compagnia con cui Giulio si trova a visitare la tomba. Non la ragazza amata ma Doriano e Carlobianchi, veneti che non hanno mai messo piede in un monumento del genere, appartenente al loro territorio e famoso in tutto il mondo. Un fenomeno che spesso accade proprio a chi abita un territorio è quello di non accorgersi più della bellezza e dell’importanza che questo ha e in cui si è strutturato. Spesso abbiamo bisogno di un visitatore estraneo, di un passeggero, di uno straniero o di uno sguardo formato per guardare ciò che non riuscivamo a vedere del territorio che abitiamo. La richiesta di Giulio, poi, nasce da un cartello sulla strada, simile a tanti altri cartelli presenti sulle strade di pianura, col quel marroncino ad indicare un luogo di interesse storico. Questa è la sola indicazione che, agli occhi di Giulio, risalta, rispetto a tutte le città di pianura, rispetto a tutto il deserto emotivo e le vite sospese che i tre protagonisti stanno vivendo. La mèta diviene una tomba, la direzione sembra essere verso un cimitero. Eppure, la Tomba Brion non è solo la destinazione della morte, ma è un luogo che racconta la vita, un luogo che narra della vita di questi due coniugi Brion. Nelle alternanze fra la gravità del cemento e la leggerezza degli specchi d’acqua, la Tomba Brion racconta una danza fra la vita e la morte, un intreccio di eterno all’incrocio di due cerchi indirizzati verso una apertura nuova. Ed è questa mèta, la sola mèta del film, nascosta a chi frequenta abitualmente il territorio, che permette di ripartire.
Bravissimo Don. E’ la quarta riflessione sul film “veneto”. Il film da’ molti spunti e ti obbliga a riflettere. Per es sul tema “grande viabilità “ che hai affrontato la settimana scorsa. Tra Padova, Mestre, San Donà e ‘ stato costruito il Passante di 32 km per bypassare la Tangenziale di Mestre di uguale lunghezza, che risultava intasata nelle ore di punta per 3 km. Il costo?? Corrispondente a 1000 opere pubbliche da 3 milioni di Euro cadauna!!! O se preferisci 500 opere da 6 milioni di Euro cadauna!!! Cioè per es 500 asili o 500 case per anziani, ecc. Nessun politico fa questo ragionamento. Quindi sbaglio?!?!
“Se, camminando in un bosco, ti imbatti in un cumulo di terra Largo un metro e lungo due , ti fermi e pensi : ” qui sotto e’ sepolto un uomo” beh , quella e’ architettura.”
Adolf Loos
Non so perché, ma in apertura di questo commento, mi viene in mente un motto anarchico che dice: “Sarà una risata che vi seppellirà!”. A proposito di questa meta, non sfugga che il memoriale Brion, certamente una tomba, nasce per celebrare un amore, quello fra Giuseppe e Onorina Brion, con un gesto architettonico, quello di Scarpa, diverso da quello che, ad esempio, muove Aldo Rossi nel concepire l’ossario di Modena. Questo bellissimo road movie, attraversando una terra desolata, incrociando due sguardi apparentemente distanti, parlando d’amore, morte e architettura (anche di quella brutta), mi sembra dia corpo a quello che chiamiamo “consolo”: proponendoci l’elaborazione di un lutto che ci riguarda tutti e che, piuttosto che affrontare piangendoci addosso, forse varrebbe la pena superare con l’energia di una festa: di una irriverente, dirompente, collettiva, risata.