Giustizia ovvero imparare sbagliando
Is 66,18b-21; Sal 116; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30
Il 14 agosto scorso, il cardinale Matteo Zuppi concludeva così la sua omelia a Monte Sole, luogo della strage di Marzabotto in cui soldati nazisti uccisero civili inermi: “La domanda che ci deve inquietare è: “Abbiamo fatto tutto quello che potevamo per la pace?”. Dostoevskij scriveva: “Nessun progresso, nessuna rivoluzione, nessuna guerra potrà mai valere anche una sola piccola lacrima di bambino. Essa peserà sempre. Quella sola piccola lacrima di un bambino”. Il loro pianto, e quello dei loro cari, possa risvegliarci tutti, susciti l’intelligenza creativa e abile per costruire la pace, rafforzi la diplomazia e chi cerca il dialogo, difenda il rispetto indiscusso dei diritti perché il loro sacrificio sia seme di pace e inizio di una fraternità ritrovata. Il nome di Dio è nome di pace. Sia così”. Il riferimento del cardinal Zuppi è a tutti i bambini uccisi dal 7 ottobre. I 16 bambini israeliani uccisi da Hamas in quel giorno e i 12.000 bambini uccisi a Gaza. Come ricorda Dostoevskij citato da Zuppi, nessuna rivoluzione e nessuna guerra vale la lacrima di un bambino, perché ogni lacrima di bambino è segno di una profonda ingiustizia che si sta compiendo. E, continuando con il testo de I fratelli Karamazov di Dostoevskij possiamo affermare che Dio è lì presente in ogni lacrima di bambino, in ogni ingiustizia perpetrata anche da chi pensa che dio sia dalla sua parte e si azzarda a uccidere persone ritenendole animali subumani. In questo contesto, in questa parte di ingiustizia ritroviamo anche il Dio di Gesù Cristo. Di quel Gesù che ha subìto l’ingiustizia del mondo e non ha minacciato vendetta o stragi. Anzi, dinanzi agli operatori di ingiustizia per quanto possano dire di essere fedeli e di aver ascoltato la sua Parola, egli prende le distanze. Il Vangelo di questa domenica è profondamente scandaloso riguardo all’ingiustizia. Non tanto riguardo alla fede quanto riguardo all’ingiustizia, non tanto nel professarsi credenti quanto essere credibili. perché nella giustizia e nell’operare per la giustizia in mezzo alle altre persone ci giochiamo il nostro essere cristiani. E a quanto sembra non solo dinanzi agli esseri umani, ma anche dinanzi alle porte del Regno dei cieli, che si chiudono per coloro che operano ingiustizia. Nonostante rimangano a bussare, nonostante i loro accreditamenti, rimangono fuori in pianto e stridore di denti. Perché la porta stretta per entrare nel Regno non è una via per privilegiati ma per chi si incarna, per chi pratica la giustizia anche imparando dalle proprie mancanze, dalle proprie fragilità. Quella porta stretta, infatti, è la porta di chi impara dai propri errori, è la porta di chi si sente fragile, di chi è corretto da Dio, come ricorda l’autore della Lettera agli Ebrei. «Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio». Noi impariamo dagli errori, anche se il mondo e i giudizi degli altri non credono a tutto questo. Invece, le cose più importanti e pregnanti della nostra vita le abbiamo imparate grazie ai nostri errori ed è grazie ai nostri errori che abbiamo riconosciuto la nostra porta stretta, quella porta che non è larga e che non stende il tappeto per terra ma quella porta che ci fa vivere nella giustizia perché abbiamo imparato sulla nostra pelle. Ed anche se questo può darci fastidio, anche se temiamo di sbagliare per rovinarci la reputazione, i veri uomini e donne di Dio sono coloro che, nei nostri errori, ci rimangono affianco, nelle nostre fragilità sanno metterci una mano sulla spalla. Ecco perché ogni correzione arreca un frutto di pace e giustizia, perché riconosciamo in noi stessi e nelle altre persone una grazia che non dipende da noi, un punto di crescita che non ritroviamo fra i giudizi spesso impietosi su noi stessi e sugli altri. Noi non siamo forgiati dagli scrupoli e dai sensi di colpa ma dalla giustizia che sgorga dalla gloria di Dio e che mi fa vedere nell’altro non un nemico o un concorrente ma un fratello e una sorella, persone che appartengono allo stesso popolo. In questo, allora, Isaia ci viene incontro quando afferma che il popolo di Dio non è una questione di nazionalismi, di genocidio o di violenza contro le altre persone, ma un annuncio della sua gloria a tutte le genti. Quella gloria che non ci fa commettere ingiustizie e che ci fa imparare dai nostri errori. Quella gloria che ci rende forti perché non abbiamo più paura di sbagliare perché sappiamo che nell’errore ritroviamo la grazia di Dio. Ed è allora che Gerusalemme non è più una città accerchiata di orrori e violenze, ma quella città in cui il fratello cerca il fratello, in cui Abele abbraccia Caino, per tornare all’immagine utilizzata da Zuppi. Una gloria di Dio che si rivela nella giustizia e non nelle nostre giustificazioni. Una gloria di Dio che annunciamo a tutte le genti, perché tutte le genti siano un unico popolo e un popolo unico, il popolo di Dio, in cui forte è il suo amore per noi e la fedeltà del Signore dura per sempre.