Genesi e missione, fra periferie e povertà
Il legame fra periferie e povertà, tuttavia, non è recente e non riguarda le zone periferiche di Edilizia Residenziale Pubblica, come non riguarda neanche solo le borgate di periferia nate subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il legame fra periferie e povertà è molto più antico e risale, per come lo conosciamo oggi, all’epoca dell’industrializzazione delle città nella rivoluzione industriale fra XVIII e XIX secolo. Masse di contadini trovano più utile giungere nelle campagne in città per lavorare nelle fabbriche, nella prospettiva di un guadagno maggiore rispetto alla dura vita della compagna. Questo passaggio avvenuto in Inghilterra e poi diffusosi in tutta Europa, giunge in Italia fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Un passaggio delicato se aggiungiamo anche la complessa situazione politica di un’Italia che si avviava verso il processo di unificazione, fino a giungere al 1861. . In un’epoca di cambiamenti e di complessità, la bussola è quella dell’accoglienza delle povertà nella loro molteplice miseria. Un passaggio importante perché ci dice che i poveri non sono solo una categoria sociale ma una categoria esistenziale e teologica. Intercettiamo le povertà presenti nei vari contesti scegliendo di vivere da persone povere. Anzi è qui che si incunea la missione cristiana in quanto opera di carità: vivere con dignità nella povertà e nella povertà intercettare le miserie umane ovvero tutto ciò che abbassa e degrada la dignità di ciascuna persona. In questo modo, allora, ogni opera di carità è un’opera fatta nella gratuità della povertà tesa all’eliminazione delle molteplici miserie umane che si riflettono nell’immaginario sociale delle periferie. Un passaggio importante e che fa da orizzonte a tutto il nostro spirito missionario è proprio questo cammino segnato dalla povertà come scelta esistenziale e categoria teologica che guarda alla molteplicità delle miserie umane per rimuoverle. Un orizzonte che viviamo nella povertà perché nella povertà riscopriamo quell’a gratis come dialogo fra gratuità e gratitudine, senza cuore doppio, senza secondi fini se non quello di annunciare il Regno. Per questo motivo, l’annuncio del Regno non passa dalle nostre piccole parole o discorsi ma dalla collaborazione alla rimozione delle molteplici miserie umane come atto di annuncio del Vangelo, frutto di competenze, coraggio e comunione. Lo sfondo a questa lettura della povertà come spirito missionario di annuncio del Vangelo nelle periferie la ridona papa Francesco in Evangelii Gaudium.
Non possiamo ignorare che nelle città facilmente si incrementano il traffico di droga e di persone, l’abuso e lo sfruttamento di minori, l’abbandono di anziani e malati, varie forme di corruzione e di criminalità. Al tempo stesso, quello che potrebbe essere un prezioso spazio di incontro e di solidarietà, spesso si trasforma nel luogo della fuga e della sfiducia reciproca. Le case e i quartieri si costruiscono più per isolare e proteggere che per collegare e integrare. La proclamazione del Vangelo sarà una base per ristabilire la dignità della vita umana in questi contesti, perché Gesù vuole spargere nelle città vita in abbondanza (cfr Gv 10,10). Il senso unitario e completo della vita umana che il Vangelo propone è il miglior rimedio ai mali della città, sebbene dobbiamo considerare che un programma e uno stile uniforme e rigido di evangelizzazione non sono adatti per questa realtà. Ma vivere fino in fondo ciò che è umano e introdursi nel cuore delle sfide come fermento di testimonianza, in qualsiasi cultura, in qualsiasi città, migliora il cristiano e feconda la città.[1]
Per guardare, oggi, alla molteplicità delle miserie umane che si sono andate cristallizzando nelle periferie di ieri come in quelle di oggi, come suggerisce papa Francesco, occorre vivere fino in fondo le sfide dei vari contesti, per scovarne l’umanità presente e collaborare con tutti gli uomini e le donne di buona volontà che cercano questa umanità. In questo modo, nel nostro specifico cristiano, diventiamo fermento per la città e miglioriamo anche la nostra vita. Se iniziassimo anche noi a chiuderci nei nostri problemi, collasseremmo insieme a città che non comunicano più ma dividono e segregano. In modo particolare quando pensiamo alla formazione dei bambini e dei ragazzi, occorre oggi un approccio olistico e aperto, che non si chiuda solo nelle aule ma che veda nella città stessa il luogo in cui formarsi fra le sue piazze, parchi, cortili, case, monumenti, cinema, negozi commerciali.
[1] EG 75.
All’atto pratico vivere l’evangelizzazione a 360° delle moderne periferie è molto più complesso e complicato…vivo in una delle periferie del napoletano e quindi parlo per esperienza diretta: la voglia di riscatto, sociale e culturale è pari a zero, quei pochi giovani che finisco gli studi e puntano ad un miglioramento del proprio status se ne vanno in cerca di realizzazione; gli adulti che restano e che hanno ancora un legame con la parrocchia e la sua vita, sono stanchi e demotivati…i social e la vita effimera che pubblicizzano hanno la meglio: si vive per l’apparenza e tutto ciò che di culturale viene proposto viene accolto solo da quei pochi che capiscono l’importanza della crescita umana e spirituale…Ringrazio il Maestro tutti i giorni del dare a quei operatori di buona volontà la forza e il coraggio di andare oltre il deserto e scorgere le oasi promesse da sempre