Dal profondo
Ez 37,12-14; Sal 129; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45
Il De profundis è il titolo con cui è maggiormente conosciuto il Sal 129 che abbiamo proclamato durante questa Liturgia della Parola. Dal profondo a te grido, Signore. Un’immagine così potente da essere stata utilizzata persino come titolo di una delle più celebri opere di Oscar Wilde, De profundis. Una lunga lettera scritta in carcere, dopo essere stato condannato per omosessualità nel 1897. È la descrizione del carcere come luogo del profondo, come luogo di tenebra e desolazione, in cui il dolore non ha più stagioni, tempi, alternanze e alternative. Il dolore è la condanna ad un presente senza fine, che Wilde riesce a superare solo quando guarda la vita di Cristo. Nella prima parte della lettera, infatti, racconta del suo dolore, mentre nella seconda si immedesima con Cristo, annoverandolo non fra i santi ma fra i poeti e gli artisti, colui che è riuscito ad essere se stesso fino alla fine. Ovviamente, la visione di Wilde non è una visione di fede, ma ammira Cristo in quanto è riuscito a rimanere se stesso anche nel più profondo dolore, nel suo de profundis che è la croce. Ed è in questo profondo fatto di non conoscenza e di dolore che la Liturgia ci invita ad entrare. È il dolore della morte, della separazione, della mancanza da cui rinasce la speranza, da cui riparte la vita nello Spirito. Quel dolore che viene prefigurato già nell’annuncio che dio fa ad Ezechiele, sulle ossa inaridite: Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Un annuncio che racconta la resurrezione proprio partendo da ossa che non hanno più speranza, da ossa aride e spente. Proprio da quelle ossa nasce una speranza nuova, rinasce un modo nuovo di intendere la relazione con Dio, come è avvenuto anche nella vita di un non credente come Oscar Wilde. Toccare il profondo, giungere fino all’angoscia e al dolore, fare i conti con la sofferenza, significa entrare in una dimensione della vita in cui la sensibilità si affina, l’essenzialità si fa più marcata e l’orizzonte si allarga sempre più. Si tratta di un momento in cui non proviamo più la paura di scendere nel profondo, perché ci siamo già. E quel profondo diviene preghiera, attesa di risposta da parte di Dio, speranza che attende come ci ricorda il Salmo. Significa, per dirla con le parole di Paolo, entrare in una dimensione nuova che è quella dello Spirito, ben oltre la carnalità destinata a passare. Giungere nel profondo significa iniziare a riconoscere che ci sono cose della nostra vita che non passano, che qualcosa di noi rimane e che c’è una traccia che non viene meno neanche con il passare degli anni, neanche con le ferite e la storia che sembra chiudersi. C’è qualcosa dentro di noi che grida dal profondo e che, spesso, ci fa paura guardare. Ma è proprio quando giungiamo nel profondo che la fede diviene domanda e risposta, come per Marta e Maria. Dinanzi alla morte di Lazzaro, dinanzi ad un Cristo che aspetta che Lazzaro muoia prima di andare da lui, la preghiera diviene attesa, la fede una domanda, il credere una risposta. Gesù indugia dinanzi alla malattia di Lazzaro, aspettando che compia il suo corso, con la consapevolezza di poterlo benissimo salvare anche dalla sua malattia, come ricorda la folla: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Ma quell’attesa di Gesù non è un processo sadico per aspettare che Lazzaro muoia. Si tratta, invece, di un scendere nel profondo della vita di Lazzaro, come della vita di Marta e Maria, fino a sentirsi dire da entrambe: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Una affermazione che suona in tutta la sua vibrante rabbia nei confronti di un Dio che manca all’appuntamento, proprio nel momento in cui serviva. Ma Cristo scende fin nel profondo, fin nel sepolcro, fino a piangere, versetto più breve di tutta la Scrittura. Non è un Dio che sta ad aspettare la nostra uscita dal profondo, ma un Dio che si mette dinanzi al sepolcro della mia vita, dinanzi alla tomba, fino a scendere nel profondo dell’esistenza e a gridare: “Vieni fuori!”. Un Dio che giunge a me nel profondo e dal profondo si fa preghiera dinanzi al Padre, dal profondo mi insegna a risalire perché lì mi ha raggiunto.
Grazie. Profonda e toccante riflessione. Bless you