Contemplare la bellezza
Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12
Nell’opera L’adorazione del bambino, di Gherardo delle Notti (Gerard van Honthorst 1592-1656) ritroviamo una delle più belle e significative espressioni dell’epifania del Figlio, di Gesù. In un ambiente totalmente oscuro, in un luogo buio e fitto, si intravede solo il vecchio Giuseppe, Maria che tiene in mano un panno per coprire il Bambino e due ragazzi raccolti in preghiera. La significatività di quest’opera e che la luce non proviene da nessuna finestra, da nessuna porta e da nessun punto se non da Gesù. È il Bambino che irradia luce, il Bambino che risplende e illumina. Il Bambino Gesù è epifania di luce, di quella luce preconizzata da Isaia, da quell’antico profeta che ha annunciato ad Israele che sarebbe arrivata la luce. Non una luce elettrica, non una luce di lampada, non una luce al neon o al led come siamo abituati oggi. Ma una luce essenziale, una luce che guida, una luce che offre un orientamento alle genti, alle persone importanti, agli smarriti, a chi nella vita si perde e vede solo buio intorno. L’incoraggiamento di Isaia che ancora risuona oggi e di cui ancora ne sentiamo forte la mancanza è proprio rileggere la luce, annunciare che giunge una luce nuove che da senso, significato, orientamento alla vita, alla strada, alla preghiera. Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti. Quell’adorazione dei Magi, come quella adorazione dei bambini all’interno dell’opera di Gherardo delle notti, non è una preghiera seriosa, stantia, fatta di parole stanche e ripetute. È la preghiera che si lascia inondare dalla bellezza, che si lascia ancora meravigliare, quella preghiera che è arte, splendore, illuminazione che non proviene da noi, ma da Gesù. La preghiera si nutre di bellezza, l’adorazione nasce dallo stupore, la contemplazione è indirizzata verso una luce, verso quella luce che proviene dal Cristo e che ci riporta al Cristo. Per questo nel salmo abbiamo ripetuto Ti adoreranno Signore tutti i popoli della terra. Perché l’adorazione nasce da una manifestazione, nasce da un sorgere della luce e in quella luce camminiamo, da quella luce siamo attratti. Quella luce che è splendore di bellezza, quella luce che accoglie le nostre speranze, quella luce che nessuna guerra può spegnere e che nessun capo di Stato riesce a catturare, nemmeno Erode. Perché è quella luce che, per mezzo dello Spirito, ci permette di condividere l’eredità del Figlio, di essere anche noi belli, illuminati, raggianti, come ricorda Paolo. Le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo. D’altronde i Magi ci ricordano proprio questo: che la luce di una stella ci può guidare anche oltre il deserto, anche in terre che non conosciamo, passando anche per l’Erode di ieri come di oggi, fino a giungere in una casa, come tante altre e scorgere lì il Bambino Gesù. Una luce che diviene Cristo stesso, quel vedere la Stella che è Gesù e che fa provare una gioia grande. Mentre Erode cerca di pianificare, di capire, di ricevere risposte dai suoi scribi di corte, i Magi semplicemente osservano, alzano ancora gli occhi al cielo, sanno intravedere quella stella diversa da tutte le altre stelle, guardare proprio quella stella che racconta una speranza nuova. Ed è così che Dio si rivela, non nello star system della corte di Erode, ma in una Stella differente, in una Stella che illumina e riscalda, che non dice parole ma apre alla contemplazione, alla meraviglia, allo stupore, alla bellezza.