Città-pathos

Città-pathos

11 Gennaio 2026 2 di Makovec

Mamma, ho sepolto pathos in pancia, ora la ragione è il mio rottweiler da guardia, e guarda, non fa più una grinza la faccia, si confonde tra quelle dell’Isla de Pascua, viaggio fuori dalla pathosfera, sto andando fuori dalla pathosfera, troppi asteroidi nella pathosfera, fanno “tud, tu-tud, tu-tud, tud, tud”. Benvenuti nella Pathosfera, zona orbitale in cui il pathos è una forza di gravità che ci avvicina alle altre persone. Un luogo difficile da navigare, pieno di meteoriti, zeppo di tempeste, da cui sarebbe meglio starne alla larga. È il racconto che ne fa Caparezza in Pathosfera, dal suo ultimo album Orbit orbit. E nel suo viaggio nello spazio buio e silenzioso, Caparezza si imbatte in questa tempesta di meteoriti, nella zona della pathosfera, da cui avrebbe preferito rimanerne alla larga per non farsi troppo male. Ma nonostante i colpi, le frustrazioni, le cadute, le montagne che sembrano crollare addosso e le certezze che si sfaldano, alla fine ne vale sempre la pena tornare nella pathosfera, perché è l’unico modo per sentirsi vivi, per appartenere a questa grande umanità. Ma perché parlare di pathos quando, solitamente, ci preoccupiamo di città? Perché in un passaggio del testo, Caparezza canta: È per salvare la pelle che mi strappo di dosso l’alma, e finirò nel manicomio ad Arkham. Fra le tante citazioni di fumetti che costellano l’album e che appassionano il nostro autore, c’è Arkham, il celebre manicomio di Gotham city, città inventata e profondamente reale, nascosta nelle pieghe e nelle piaghe dei nostri sistemi urbani. Ed Arkham è il luogo in cui non solo vanno a finire i cattivi catturati da Batman, ma secondo Caparezza è il luogo dove vanno a finire tutti coloro che si strappano di dosso l’anima. Una affermazione interessante, perché profondamente vera. Nei racconti legati a Batman, siamo stati troppo abituati a vedere Arkham come una enorme pattumiera in cui gettare tutti i cattivi che, in realtà, a ben guardare, sono tutti gli scartati umani, tutti i rifiuti di una società che preferisce punire e sorvegliare ma non prendersi cura delle persone. Arkham è il luogo della massima sicurezza, dell’orrore che viene tenuto sotto controllo in quanto manicomio e carcere al tempo stesso. Ma Arkahm è, soprattutto, l’altra faccia di Gotham, il contraccolpo di una città per pochi, in cui tutti gli altri sono costretti o condannati a strapparsi di dosso l’anima, a fare a meno del pathos. Ma non per cattiveria o sadismo, ma perché Gotham, in qualche maniera, è la metropoli che vive senz’anima, che costringe a strapparsi di dosso l’anima pur di sopravvivere, pur di non cedere alla solitudine e all’anonimato. Ecco, allora, perché il pathos è un degli elementi costituenti non solo il nostro vivere ma anche la città stessa. Una città senza pathos è una città che non riesce a costruire comunità, una città condannata alla sorveglianza e alla sicurezza perché l’altra persona potrebbe, in qualsiasi momento, aggredirmi, derubarmi, uccidermi. Una città senza pathos è quella in cui ogni cittadino potrebbe essere un criminale in potenza, capace di commettere una strage. Un modello di città che risulta essere un incubo e di cui Arkham rischia di diventare la normale soluzione. E, allora: Mamma, sta tornando pathos a galla, scava dentro me che pare un tarlo, una talpa, e danza, dentro la mia pancia, farfalla piano piano sta ridando sangue a un fantasma, voglio tornare nella pathosfera, passare i giorni nella pathosfera, anche se i colpi nella pathosfera, fanno “tud, tu-tud, tu-tud, tud, tud.