Camminare e custodire
Sir 3,3-7.14-17a; Sal 127; Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23
All’inizio del romanzo Viaggio al termine della notte di Ferdinand Cèline è posta una strofa di una poesia che recita: “La nostra vita è un viaggio / in Inverno e nella Notte / noi cerchiamo il nostro passaggio / in un Cielo senza luce”. Oggi, solennità della Santa Famiglia di Nazaret, ciò che caratterizza questa famiglia è proprio il viaggio. Abbiamo ascoltato nel Vangelo come Giuseppe prende con sé il bambino e sua madre e fugge in Egitto, si mette in viaggio la sera stessa della rivelazione della gloria ai Magi. Il candore del Natale sembra nuovamente interrompersi per lasciare spazio ad una vita da profugo di Gesù, custodito da Maria e Giuseppe. La famiglia di Nazaret è una famiglia di profughi che fuggono da un genocidio iniziato da Erode. Una famiglia che accompagna Gesù e lo custodisce, una famiglia che impara ad essere famiglia non dai legami di sangue o da un clan che si unisce o da altri parenti, ma mettendosi in viaggio, camminando e custodendo. Questo è ciò che ci rende famiglia e che, oggi, nella crisi della “famiglia tradizionale” ci aiuta a riconoscere come creare ancora famiglia: camminare e custodire. Questo ha fatto Giuseppe con Gesù e Maria, questo ha fatto quel padre non biologico, ma che rimane e diviene padre di Gesù in un silenzio fatto di cammino e custodia. Come anche Maria che custodisce tutto ciò che vive e insegna il Figlio meditandole nel suo cuore. Camminare e custodire, questo ci rende famiglia. Ecco, allora, come l’onore al padre e alla madre non è solo qualcosa di dovuto, ma racconta una storia di cura, di relazione, di crescita e riconoscenza, nonostante tutto. Non vengono citati legami di sangue, il Siracide non afferma che bisogna dare rispetto solo per il fatto di avere lo stesso sangue, ma perché c’è una relazione che si costruisce a diverse età e in diversi modi con i propri genitori e con quelle persone che diventano per noi come padri e madri sulla strada. La famiglia si costruisce attraverso opere buone, attraverso legami di benevolenza gli uni nei confronti degli altri, in una autenticità che ci educa alla vita. Questo è ciò che fa di noi una famiglia anche ecclesiale, una famiglia anche come comunità che si raccoglie nella Chiesa. Una comunità aperta che non viene soffocata da padri padroni o da madri matrone. Una famiglia che si supporta e sopporta a vicenda, una famiglia che cresce nella misura in cui non solo sta bene insieme ma anche è capace di dialogare, di confrontarsi, anche di litigare insieme e di perdonarsi, perché siamo un solo corpo. Non un solo clan, non un circolo chiuso, non dei campanili in conflitto fra di loro, ma persone che appartengono ad un solo corpo, nella diversità. Un solo corpo capace di camminare e custodire, di incamminarsi per le strade di questa storia, custodendosi a vicenda. Ed è qui che impariamo a crescere, ad allenarci alla vita, a rendere grazie al Signore perché, alla fine di tutto, ci ha donato anche la sua stessa famiglia, quella Santa Famiglia di cui anche noi, oggi, facciamo parte. Così, il nostro viaggio al termine della notte, incontra una luce nuova, una luce di famiglia, una luce che illumina nuovamente le stelle e non ci lascia soli.