Ascensione, non apprensione di dominio
At 1,1-11; Sal 46; Ef 1,17-23; Mt 28,16-20
È stata inaugurata e (persino!) benedetta “Don Colossus”, la statua d’oro raffigurante Donald Trump, con il pugno alzato. Statua che riprende la celebre foto subito dopo l’attentato subito dallo stesso Trump nel 2024. Una statua interamente rivestita in foglia oro alta 4,5 metri e posizionata all’interno di uno dei campi da golf di proprietà del Presidente degli Stati Uniti. Una statua che ha fatto scalpore non tanto per la megalomania del presidente a cui rischiamo di abituarci sempre più, quanto perché era stata già prevista all’interno della serie tv The Boys, in cui Patriota, eroe infantile e pericoloso, si fa erigere una statua d’oro. Ma non è neanche una novità, in quanto la statua d’oro di Trump troneggiava anche nel video, creato con l’intelligenza artificiale, del grande resort turistico da creare sulle macerie del genocidio di Gaza. Statua d’oro di cui potremmo addirittura fare una esegesi attraverso la lente biblica, ma che ci permette di entrare con più consapevolezza nel mistero dell’Ascensione di questa domenica. Infatti, l’Ascensione di Gesù è esattamente il contrario della creazione della statua d’oro, l’opposto di un potere che si impone e che alza i pugni per affermare la propria supremazia. L’Ascensione di Gesù, invece, è il segno più profondo di un Dio che ascende fra le acclamazioni, al suono di tromba, con ritmi e canti di festa. Perché non è un potere che si impone ma, anzi, che si allontana. L’Ascensione è il distacco di Gesù dai suoi discepoli, il suo allontanamento per viere la relazione con lui in maniera differente. Tanto che l’apertura degli Atti degli apostoli è proprio dedicata all’ascensione di Gesù. L’autore di Atti, infatti, afferma che nel primo racconto ha scritto di tutto quello che Gesù ha fatto mentre era sulla terra, con Atti invece inizia una narrazione nuova, una narrazione che lascia spazio ai discepoli, che lascia protagonisti i discepoli di immaginare un mondo nuovo, nella relazione con Cristo. L’ascensione non è l’apprensione di chi deve stare sempre dietro alle persone, di chi deve stare sempre attaccato agli altri o ha bisogno di far valere sempre e comunque il proprio potere. L’ascensione è il momento in cui si apre una strada nuova in cui si manifesta tutta la grandezza e la ricerca di grandezza a cui siamo chiamati, come ricorda Paolo. Fratelli, il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore. Credere, dunque, nell’ascensione di Gesù significa ricordarci che dinanzi a noi è stata aperta una strada, che dinanzi a noi c’è una grandezza che non si misura con i metri o con i materiali preziosi ma con la speranza che illumina lo sguardo, con la speranza che ci permette di lavorare ancora nella realtà, con quella carità che è di Cristo stesso. Ecco, allora, rivelato il vero senso del potere, di un potere che non occupa spazi ma innesca processi come ricordava papa Francesco. Quel potere che è di Gesù e che ci manda a battezzare, ad annunciare una liberazione nuova, una comunione piena, una divinizzazione che ci permette di scendere fin nel profondo dell’umanità, della nostra umanizzazione. Per questo, oggi, il monito del potere non è un pugno alzato segno di una presunta immortalità benedetta da qualche dio, ma l’apertura di una strada, un Andate! che spalanca il mondo dinanzi a noi, in compagnia di Gesù.