A Manila, dai cimiteri agli appartamenti
Dopo la Rivoluzione Edsa e la feroce dittatura di Marcos, Manila ha conosciuto un grande sviluppo manifatturiero grazie all’ingresso di capitali esteri. Tuttavia, questa situazione non ha permesso uno sviluppo abitativo consono alla crescente manodopera che dalle campagne si è spostata in città. Così sottolinea l’articolo di Fabio Lovati per Il Venerdì di Repubblica (qui). Un sempre più crescente sviluppo dell’economia non è stato sinonimo di uno sviluppo della qualità della vita e dell’abitare, così molte persone hanno chiesto asilo alla città dei morti. Secondo Lovati circa un tredicimila persone vive nei cimiteri di Manila da ormai quasi trent’anni come risposta all’emergenza abitativa e con la possibilità di avere un rapido contatto con le zone più ricche della città. La vita nel cimitero si caratterizza per una quotidianità che si confronta, giorno dopo giorno, con la morte, con la precarietà stessa della vita. Sono forme abitative informali, in cui i vivi riposano ai piedi dei morti. Creando, in questo modo, una zona di confine fra la vita e la morte che viene abitata da quelle persone che non trovando rifugio nella città dei vivi, allora si confrontano con la loro stessa morte e con la morte delle altre persone. Alcuni di essi lavorano nel cimitero, altri trascorrono la loro vita giocando fra le tombe, allestendo baracche in mezzo alle lapidi. Alcune persone ammettono di aver provato un certo senso di diffidenza all’inizio, oppure una sorta di repulsione all’idea di vivere in mezzo ai morti. Tuttavia, dopo averci fatto l’abitudine ecco che la vita si mette dinanzi alla morte, l’abitare viene condiviso a causa di una ricchezza che scarta sempre più persone. E quelle persone, anche a livello simbolico, vanno a vivere in mezzo ai morti, in mezzo a quelle abitazioni in cui il merito, le disparità, le disuguaglianze non contano più nulla. Ma è interessante l’affermazione riportata da Lovati nel suo articolo: «Non ti preoccupare, qui è tutto normale: a Manila c’è così tanta vita che non sembra più esserci spazio per la morte». Le disparità messe in atto dal capitale e dal governo dei vivi sui viventi, hanno permesso la nascita di una vita lì in mezzo ai morti. Una vita informale, una vita ricca di storie, di interstizi, di resistenza contro i processi di accumulo e depauperamento del suolo. Una vita che dinanzi alla morte acquista tutto il suo senso precario, ciò che il capitalismo e il potere non permette. Ma una vita che crea comunità, che danza con la morte e dinanzi alla morte. Così, per una volta, la città dei morti ha da insegnare alla città dei vivi che tutto di noi è precario e che l’unico modo di abitare è non per la morte, ma dinanzi alla morte.
Credo che i cimiteri oggi vadano disciplinati diversamente e che per noi occidentali il ruolo del cimitero sia cambiato.
Anche nella mia città in un certo qual modo si convive con la morte in tutti i sensi. Non solo la città ha ormai accerchiato il cimitero con abitazioni che si affacciano su di esso,ma anche ciò che di morte si “vive” fuori dal recinto cimiteriale.
Credo che l’esempio di Manila faccia molto riflettere sul tema e sul significato che i quasi tredicimila abitanti hanno con la morte e con il significato spirituale che ne consegue.
Ne prenderemo coscienza noi occidentali sul significato del il vivere la vita con dignità annullando le diseguaglianze sociali?
Diceva il prof. Bruni ,40 anni fa , che il capitalismo è il “meno peggio” tra i sistemi economici creati dagli uomini , nel loro percorso storico fino ad oggi.
40 anni dopo un sistema economico migliore non si e’ trovato. E’ un sistema dinamico, elastico che diffonde benessere materiale, in termini di consumi e servizi, nel mondo. Il prezzo da pagare è la sudditanza alla misurazione della dignità umana col metro del patrimonio e la perdita della riflessione ultramondana sul senso dell’esistere.
Se i cimiteri perdono la loro dimensione “monumentale” per assumerne una esclusivamente funzionale abbiamo speso inutilmente 60.000 anni di civiltà evolutiva del sapiens sapiens
Il capitalismo, sistema che esprime oggi la sua massima potenza, mostra nella concentrazione dell’accumulo un punto di forza ma allo stesso tempo di fragilità.
Le accumulazioni di capitali nelle mani di pochi e’ un fenomeno talmente distorto che porterà prima o poi l’umanità a rivederne l’attuale configurazione.
La meritocrazia per iniziativa imprenditoriale potrà si’ trasformarsi nella possibilità di godere di beni e servizi in maniera smisurata ma solo nell’ intervallo limitato della propria esistenza, rivedendo i limiti dell’accumulo in modo da non poter condizionare la vita di comunità e popoli interi.